L’incertezza del domani: Gian Andrea Cerone torna con il noir più contemporaneo della serie

Guarda l’intervista completa a Gian Andrea Cerone: tre oggetti, tre domande per entrare nel cuore del romanzo.

C’è una scena che arriva dopo poche pagine e che costringe a fermarsi.

Non tanto perché sia violenta – chi conosce Gian Andrea Cerone sa che la violenza nei suoi romanzi non è mai gratuita – ma perché colpisce uno dei personaggi che i lettori hanno imparato ad amare nel corso della serie. È un prologo che destabilizza, quasi uno strappo nel patto di fiducia tra autore e lettore, e che dà subito la misura di quello che ci aspetta ne L’incertezza del domani (Guanda): un romanzo disposto a mettere tutto in discussione, anche le proprie certezze.

Il quinto capitolo delle indagini del commissario Mario Mandelli e dell’ispettore Antonio Casalegno torna a muoversi in una Milano riconoscibilissima, ma questa volta lo sguardo si allarga ancora di più. C’è un serial killer che filma gli omicidi delle proprie vittime e li trasforma in spettacolo. Ci sono influencer, podcaster, social network, intelligenza artificiale, algoritmi. Ma soprattutto c’è una domanda che attraversa tutto il romanzo: quanto controllo abbiamo davvero sul nostro futuro?

Per provare a raccontarlo, con Gian Andrea Cerone abbiamo giocato a La regola del Tre. Tre oggetti, tre parole chiave, tre porte d’ingresso dentro il romanzo.

La prima è un orologio.

Il tempo, il vero protagonista

Alla vista dell’orologio Cerone sorride subito. La sua risposta parte dal titolo, ma finisce per raccontare tutta la sua narrativa.

«Il titolo parla del domani, quindi parla del tempo a venire. Nel romanzo precedente avevo lavorato sul tempo passato, sulla memoria. Qui invece mi interessava raccontare le incertezze che attraversano la nostra vita.»

Copertina del libro L'incertezza del domani, di Gian Andrea Cerone, Guanda

In effetti il tempo è sempre stato uno dei grandi protagonisti dei suoi libri. Non è soltanto la scansione delle indagini, quasi sempre racchiuse in un arco temporale preciso, ma diventa un vero elemento narrativo. Lo si vede fin dalle prime pagine de L’incertezza del domani, dove il prologo anticipa un evento destinato a cambiare il corso della storia, per poi tornare indietro e ricostruire ciò che è accaduto nei giorni precedenti. È una costruzione che ricorda davvero un meccanismo di orologeria: ogni ingranaggio trova posto soltanto quando il lettore ha raccolto tutti gli elementi.

Non è un caso che Cerone definisca il romanzo proprio così: “un romanzo di orologeria”.

E il lettore se ne accorge subito. Ogni capitolo aggiunge un dettaglio, ogni rivelazione modifica la prospettiva, mentre il tempo sembra contemporaneamente accelerare e rallentare.

Il bello è che questa costruzione non è mai un esercizio di stile. Serve a raccontare qualcosa di profondamente umano: viviamo tutti sospesi tra ciò che ricordiamo e ciò che ancora non conosciamo.

Ed è proprio in quello spazio che nasce l’incertezza.

Il “Regista”: quando il crimine diventa spettacolo

Il secondo oggetto della nostra intervista è un ciak cinematografico.

Questa volta Cerone entra nel cuore del romanzo.

Il serial killer che sconvolge Milano viene ribattezzato dalla stampa “il Regista”. Non si limita a uccidere: filma le proprie vittime, monta le immagini e le diffonde, trasformando ogni delitto nell’episodio di una macabra serie destinata al pubblico.

Le prime vittime sono una celebre youtuber specializzata in true crime, poi un influencer del gossip, quindi due podcaster femministe tra le figure più riconoscibili del dibattito pubblico. Ogni omicidio è accompagnato da un video e da un messaggio firmato “Scena Uno”, “Scena Due”, “Scena Tre”, come se il killer stesse dirigendo un film di cui il mondo intero è spettatore.

Ma sarebbe un errore leggerlo soltanto come un thriller tecnologico.

«Volevo raccontare il mondo digitale in cui ormai viviamo costantemente connessi», ci spiega Cerone. «Gli influencer costruiscono la propria identità attraverso ciò che mostrano. Il Regista trova la sua nemesi proprio lì: trasforma la loro morte nell’ultimo momento di visibilità.»

È un’intuizione narrativa potente perché non demonizza la tecnologia. Mette invece sotto osservazione il nostro rapporto con essa.

Nel romanzo i social non sono semplicemente uno sfondo contemporaneo: sono il luogo in cui consenso, notorietà e identità finiscono per confondersi. Il Regista sfrutta esattamente questa logica. Colpisce persone che vivono di esposizione pubblica e utilizza gli stessi strumenti con cui si sono costruite una reputazione per trasformarle in spettacolo.

Mandelli e la sua squadra devono così inseguire un assassino che sembra conoscere perfettamente le regole della comunicazione contemporanea, capace di usare l’attenzione mediatica quasi come un’arma del delitto.

Ed è proprio qui che L’incertezza del domani smette di essere soltanto un noir e diventa anche un romanzo sul presente.

Un momento dell'intervista di Elizabeth Cappa a Gian Andrea Cerone, in libreria con L'incertezza del domani, Guanda

L’intelligenza artificiale entra in scena. E viene messa alla prova

Il terzo oggetto della nostra intervista, in realtà, non è un oggetto.

È uno smartphone.

Lo apro davanti a Cerone e gli mostro una conversazione con ChatGPT. Gli avevo chiesto di formulare una domanda per lui. Eccola: «Se potesse conoscere con assoluta certezza un solo dettaglio del suo futuro personale, quale sceglierebbe di sapere?»

Cerone legge con attenzione.

Sorride.

Poi, quasi divertito, osserva:

«È una domanda intelligente. Però si vede che non ha letto il libro.»

È una battuta, naturalmente. Ma dentro quella battuta c’è molto più di quanto sembri.

Perché proprio L’incertezza del domani affronta uno dei temi più delicati del nostro tempo: il rapporto tra esseri umani e intelligenza artificiale.

Nel romanzo compare Eleonora Migliorini, docente di Bioetica ed Etica del digitale, che introduce una riflessione tutt’altro che accessoria all’indagine. L’IA, spiega, è già capace di simulare conversazioni, prendere decisioni, generare contenuti. Ma resta una differenza fondamentale tra la capacità di elaborare informazioni e quella di attribuire loro un significato autenticamente umano.

È uno dei passaggi più interessanti del libro.

Cerone non costruisce un thriller fantascientifico, né alimenta paure facili. L’intelligenza artificiale non è il “mostro” della storia. È piuttosto uno degli strumenti attraverso cui osservare il presente, insieme ai social network, agli influencer, ai podcast, alla comunicazione continua che accompagna ogni momento delle nostre giornate.

La domanda, allora, non è cosa sappiano fare le macchine.

La domanda è cosa stiamo diventando noi.

La sola certezza è continuare a raccontare storie

A quel punto torno sulla domanda.

Se davvero potesse conoscere una sola cosa del proprio futuro, quale sceglierebbe?

La risposta di Cerone sorprende per semplicità.

«La certezza che le persone a cui voglio bene stiano bene.»

È la risposta di un uomo prima ancora che di uno scrittore.

Poi, però, arriva quella che forse racconta meglio il suo mestiere.

«Vorrei sapere quanti romanzi scriverò.»

E qui il discorso prende una direzione inattesa.

Cerone racconta che tutti gli scrittori, mentre stanno lavorando a un libro, condividono due paure. La prima è quella più nota: interesserà davvero a qualcuno questa storia?

La seconda, invece, è molto meno confessata.

«Ti chiedi sempre: e se dovessi morire prima di finirlo? Chi chiuderebbe la mia storia?»

È un pensiero che colpisce proprio perché arriva alla fine di una conversazione costruita attorno al futuro. Dopo aver parlato di algoritmi, di serial killer che trasformano gli omicidi in contenuti, di un mondo sempre più connesso, il cuore resta sorprendentemente umano.

Scrivere, per Cerone, significa anche questo: non lasciare storie incompiute.

Voltare pagina: perché il nuovo romanzo di Gian Andrea Cerone parla di tutti noi

Chi ha letto i precedenti romanzi ritroverà Mandelli, Casalegno e tutta l’Unità di Analisi del Crimine Violento. Ma farebbe bene a non aspettarsi una semplice prosecuzione della serie.

Lo stesso autore lo dice chiaramente: i personaggi sono gli stessi, ma l’intreccio cambia passo.

E in effetti L’incertezza del domani è probabilmente il romanzo più contemporaneo scritto finora da Gian Andrea Cerone.

Perché usa il noir per raccontare il nostro tempo.

Non offre risposte semplici sui social network, sull’intelligenza artificiale o sulla comunicazione digitale. Non cede alla nostalgia del “si stava meglio prima”, né alla fascinazione per la tecnologia. Preferisce fare quello che i migliori romanzi sanno fare: mettere il lettore davanti a domande scomode.

Quanto siamo davvero liberi, quando viviamo costantemente esposti allo sguardo degli altri?

Quanto vale un’immagine?

Quanto pesa una narrazione?

E, soprattutto, quanto siamo disposti ad accettare che il domani resti incerto?

Forse è proprio questa la forza del libro. Dietro l’indagine, dietro il ritmo serrato, dietro i colpi di scena che Cerone dissemina con la precisione di un orologiaio, resta una convinzione semplice e profonda: il futuro continuerà sempre a sfuggirci.

Ed è probabilmente un bene.

Perché, come ogni buon romanzo insegna, se conoscessimo già il finale smetteremmo di voltare pagina.

Guarda o leggi altre interviste/videointerviste con La Regola dei Tre

Vai all’indice del Blog