• Il ritorno della casta di Sigfrido Ranucci: fronte e retro copertina

Il ritorno della casta, il nuovo lavoro di Sigfrido Ranucci

Nel suo nuovo libro, Il ritorno della casta, il giornalista di Report riflette sul rapporto tra potere politico, magistratura e informazione. Ne parliamo con l’autore.

Il libro di Sigfrido Ranucci pubblicato da Bompiani, Il ritorno della casta, si apre con una lettera alla Repubblica. Un’apertura insolita per un saggio costruito con il passo dell’inchiesta giornalistica, che chiarisce subito il punto di partenza del racconto.

«Il libro comincia con una lettera di scuse alla Repubblica perché è evidente l’erosione lenta di tutti quei valori difesi dalla Costituzione italiana che negli anni si sono persi, si sono consumati, a partire proprio dall’indipendenza della magistratura», spiega Sigfrido Ranucci. «Che cosa abbiamo fatto perché si perdesse l’attenzione nei confronti della Costituzione? Semplicemente siamo stati disattenti».

Il giornalista e conduttore di Report parte da questa riflessione per collegare episodi e passaggi della storia recente italiana e ricostruire le trasformazioni del rapporto tra politica, magistratura e informazione.

Nella presentazione del volume si legge: «C’è un filo nero che attraversa cinquant’anni di storia italiana. Un filo che lega i santuari della P2 alle stanze del potere contemporaneo, passando per i decreti d’emergenza dei governi Berlusconi e le timide rese della sinistra. È il filo della restaurazione della casta».

E Ranucci segue questo filo attraverso alcune delle vicende che hanno segnato la vita pubblica italiana, dalle grandi inchieste sulla corruzione degli anni Novanta fino alle riforme più recenti della giustizia. Il nodo centrale, secondo l’autore, non riguarda soltanto il funzionamento dei tribunali ma l’equilibrio tra i poteri dello Stato e il ruolo delle istituzioni di garanzia.

«Abbiamo pensato che fossero valori lontani», osserva. «Fino a quando invece abbiamo visto che hanno toccato i nostri interessi, i nostri diritti».

In questa prospettiva la magistratura non appare soltanto come l’organo chiamato ad applicare la legge, ma anche come uno degli strumenti attraverso cui una società ricostruisce i fatti e la propria memoria civile.

«Quante inchieste hanno gettato luce sui fatti indipendentemente dall’arrivo di una sentenza definitiva, quante sentenze hanno apportato verità nel ricostruire vicende ambientali, fatti storici, questioni legate alla criminalità organizzata, riscrivendo pagine di storia del nostro Paese», osserva Ranucci. «La magistratura indipendente, oltre a portare giustizia, è sempre anche un presidio di verità dei fatti. Così come lo è il giornalismo».

Una parte importante del libro è dedicata proprio al rapporto tra politica e magistratura dopo Tangentopoli, una stagione che ha segnato profondamente gli equilibri istituzionali e il modo in cui i poteri dello Stato si sono confrontati negli anni successivi.

«Ogni riforma della giustizia nasce sempre con delle bugie: “ce lo chiede l’Europa”, “bisogna rendere più efficienti i meccanismi della giustizia”», sostiene l’autore. «In realtà non è nient’altro che limitare l’efficienza della giustizia, soprattutto quando questa lascia intravvedere la possibilità che si controlli e verifichi il funzionamento della politica».

Secondo la ricostruzione proposta nel libro, dopo le grandi inchieste degli anni Novanta la politica avrebbe cercato di ridefinire i propri rapporti con l’azione giudiziaria anche attraverso interventi legislativi che nel tempo avrebbero inciso sulla capacità investigativa nei confronti dei reati legati al potere economico e politico.

«I reati dei colletti bianchi sono calati del novanta per cento», afferma Ranucci. «Ora: o la politica è diventata più virtuosa – cosa che non crediamo – oppure sono stati creati i presupposti perché l’azione della magistratura fosse più inefficace nei confronti del potere, della casta».

Nel racconto dell’autore il tema della giustizia si intreccia inevitabilmente con quello dell’informazione. Due ambiti che, secondo lui, procedono spesso insieme quando si tratta di rendere visibili fatti e responsabilità.

«Limitazione dell’informazione e limitazione dell’azione della magistratura vanno di pari passo», spiega. «Succede quando vengono approvate alcune leggi che silenziano l’informazione, come quella che vieta di fare i nomi delle persone presenti in un’ordinanza di custodia cautelare».

Tra gli esempi citati nel libro compare anche il tema dell’improcedibilità nei processi penali, introdotta con l’obiettivo dichiarato di ridurre i tempi della giustizia.

«Questa riforma ci era stata presentata come una richiesta dell’Europa, che chiedeva certezza della pena e velocità della giustizia, non di cancellare i processi», osserva. «E invece, in caso di improcedibilità, la legge prevede anche che gli imputati possano rendersi anonimi nei confronti della collettività. È una sorta di oblio di Stato: non solo la fanno franca dal punto di vista giudiziario, ma anche da quello reputazionale».

Il titolo del volume – Il ritorno della casta – nasce da una riflessione sul significato di una parola che negli ultimi anni è entrata stabilmente nel linguaggio politico italiano.

«Per me la casta, spiega Ranucci, è composta da chi ha la possibilità – per leggi e per il tipo di ruolo che ricopre – di fare leggi per difendere sé stesso, in barba agli altri e a discapito dei diritti degli altri».

Secondo l’autore questa dinamica emerge in diversi meccanismi istituzionali che, nel tempo, avrebbero favorito forme di protezione reciproca tra poteri.

«Se guardiamo alla giunta delle autorizzazioni a procedere, che dovrebbe mandare a processo i politici su richiesta della magistratura, nell’87 per cento dei casi invece li salva facendo da schermo».

Un esempio citato nel libro riguarda il magistrato Cosimo Ferri, entrato in politica e poi coinvolto nelle intercettazioni emerse nel caso Palamara.

«Oggi Cosimo Ferri torna a fare il giudice. Noi speriamo che lo faccia bene. Però è un esempio che fa capire come la casta tuteli sé stessa».

Ranucci estende questa riflessione anche ai passaggi dalla magistratura alla politica.
«Stesso ragionamento per un magistrato come Nordio diventato ministro o per Di Pietro, passato dalla magistratura alla politica. Appena entrano nei panni della casta politica cambiano idea. Una volta erano contrari alla separazione delle carriere, oggi sono favorevoli».

Ranucci riassume questa dinamica citando una celebre canzone di Fiorella Mannoia: «come si cambia per non morire».

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