Ad Alessano, nel cuore del Salento, una libreria indipendente ha trasformato la passione per i libri in una comunità viva
A volte le storie più straordinarie nascono lontano dai grandi centri, in luoghi che sembrano periferici solo sulle mappe. La Libreria Idrusa di Alessano, in provincia di Lecce, è una di queste storie. E quella storia ha ricevuto un riconoscimento importante: il premio Straordinaria, alla sua prima edizione, promosso dall’Associazione Librai Italiani. A vincerlo, per la prima volta, è stata Michela Santoro, libraia, animatrice culturale, promotrice di lettura, instancabile costruttrice di comunità.
Ventidue anni di lavoro — che la libreria festeggerà a luglio — dentro un paese di appena seimila abitanti, all’estremo sud-est d’Italia. Un luogo che Michela definisce con ironia e orgoglio “un avamposto”. E forse è proprio questo il punto: certe librerie non si limitano a vendere libri. Resistono. Tengono accesa una luce.
“Quando ho aperto,” racconta Michela, “mi sentivo completamente sola. Nei primi anni non entrava quasi nessuno. Però io continuavo a credere che i libri dovessero uscire dalla libreria e incontrare le persone”.
E allora i libri Michela se li caricava davvero addosso. O meglio, sulla sua station wagon. Per anni ha attraversato feste, eventi, sagre del territorio con il bagagliaio pieno di romanzi e albi illustrati. “Andavo ovunque. Alla Notte della Taranta, alle manifestazioni locali. Dove c’erano persone, io portavo libri. Era un modo per seminare”.
È una parola che torna spesso nel suo racconto: seminare. Seminare letture, relazioni, fiducia. Senza sapere immediatamente cosa nascerà.
Oggi quella semina è diventata una realtà culturale solidissima. La Libreria Idrusa occupa 150 metri quadrati divisi tra sezione ragazzi e adulti, ha due collaboratrici part-time, uno spazio esterno da cento posti — l’Agorà — dove si fanno incontri, teatro e musica, e soprattutto è diventata un punto di riferimento per il territorio.
Ma Michela non ama parlare soltanto di numeri o risultati. Parla di comunità.
“Secondo me una libreria diventa straordinaria quando riesce a costruire una relazione vera con il luogo in cui vive. Ogni libreria deve trovare la propria storia, il proprio modo di stare dentro il territorio”.

Nel Salento dei piccoli comuni, questo ha significato anche affrontare una povertà culturale concreta. Biblioteche chiuse, assenza di spazi, pochi investimenti. Eppure, proprio da lì è nato uno dei progetti più significativi legati alla libreria: la creazione di un sistema bibliotecario in rete tra sette comuni del territorio.
“Fino a pochi anni fa le biblioteche erano tutte chiuse,” spiega Michela. “Mio marito ha lavorato alla costruzione del sistema bibliotecario e oggi ci sono bibliotecari professionisti, attività, laboratori. I prestiti sono triplicati”.
È uno di quei risultati che raccontano bene cosa significhi oggi fare la libraia indipendente: non solo commerciare libri, ma creare infrastrutture culturali dove prima non c’erano.
E infatti la Libreria Idrusa è diventata molto più di una libreria. Ci sono cinque gruppi di lettura che coinvolgono persone dai due ai novant’anni. Ci sono laboratori di lettura ad alta voce portati avanti da quindici anni. Percorsi di formazione per insegnanti. Progetti come Bibliopolis, il “campionato della lettura” che coinvolge biblioteche e comuni del territorio.
Tutto questo, però, senza perdere mai di vista il centro di gravità: i libri.
“Io resto un po’ scettica rispetto all’idea della libreria che deve diventare per forza caffetteria o ristorazione,” dice Michela. “Per me il libro deve restare centrale. Poi certo, bisogna inventarsi continuamente qualcosa, ma senza snaturarsi”.

Ed è forse questa la lezione più bella che emerge ascoltandola: la creatività, nelle librerie indipendenti, non è un lusso. È una forma di sopravvivenza. Bisogna immaginare continuamente nuove strade, nuove occasioni, nuovi modi per portare le persone dentro i libri.
“Per anni ho lavorato ventiquattr’ore al giorno,” racconta sorridendo. “Facevo laboratori, incontri, gruppi di lettura, formazione. La libreria era diventata un laboratorio culturale permanente”.
Eppure, nonostante la fatica evidente, nel suo racconto non c’è mai amarezza. Piuttosto una specie di energia ostinata, la convinzione che il lavoro culturale, soprattutto nei territori considerati marginali, abbia un valore enorme.
Forse è anche per questo che il premio Straordinaria appare così meritato. Perché celebra una libreria che ha saputo resistere senza chiudersi, crescere senza trasformarsi in altro, creare comunità senza perdere autenticità.
“Credo che le persone abbiano capito che acquistare in libreria non significa soltanto comprare un libro,” afferma infine Michela. “Vuol dire sostenere un lavoro culturale, un presidio, una comunità”.
E forse è proprio questa la definizione più bella di libreria straordinaria. Non un luogo perfetto. Non un modello replicabile ovunque. Ma un posto costruito giorno dopo giorno con immaginazione, fatica e amore ostinato per i libri e per le persone.
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