Tre oggetti per entrare nel cuore di La prima volta che siamo stati bianchi, un libro che racconta un viaggio, ma soprattutto un diverso modo di guardare il mondo
Ci sono libri che raccontano un viaggio. E poi ci sono libri che raccontano il modo in cui quello stesso viaggio continua a risuonare dentro chi l’ha vissuto. La prima volta che siamo stati bianchi di Maria Pace Ottieri appartiene a questa seconda categoria.
In questa nuova puntata della Regola dei Tre abbiamo chiesto all’autrice di pescare tre oggetti da una tote bag e di usarli come filo conduttore per raccontare il suo libro. Ne è nata una conversazione che attraversa il Dahomey del 1975, oggi Benin, il vudu, la memoria della schiavitù e il modo in cui uno sguardo occidentale si confronta con una cultura profondamente diversa dalla propria.
La video-intervista a Maria Pace Ottieri – La prima volta che siamo stati bianchi
Il primo oggetto è una piccola lanterna ricavata da una lattina di birra. Un oggetto povero, nato dall’ingegno, che riporta subito alla quotidianità del Dahomey. “Queste sono le lanterne con cui i bambini fanno i compiti la sera, le donne cucinano”, racconta Maria Pace Ottieri ricordando quel viaggio affrontato poco più che ventenne insieme a una piccola spedizione italiana partita per realizzare un documentario sul vudu.

Ed è proprio parlando di quel viaggio che prende forma anche il significato del titolo. “È stato sotto il loro sguardo che ci siamo accorti di essere ‘i bianchi’: diversi, goffi, poco eleganti.” Una presa di coscienza che nasce dal sentirsi, per la prima volta, osservati anziché osservatori.
L’intervista restituisce anche un altro aspetto affascinante del libro: racconta un mondo che oggi non esiste più. Quando Ottieri torna in Benin nel 1992 trova un Paese profondamente cambiato. Il vudu, che negli anni Settanta era stato addirittura osteggiato dal governo, è diventato una risorsa economica e turistica. “Gli ultimi bagliori di un vudu abbastanza intatto si sono completamente persi”, racconta Ottieri. “Adesso qualsiasi turista può avere un’iniziazione.”
Il secondo oggetto, un amuleto composto da conchiglie corì, conduce invece a uno dei temi più dolorosi del libro: la tratta degli schiavi. Per secoli quelle conchiglie furono una moneta di scambio. “È stata una piaga incommensurabile durata quattro secoli”, spiega l’autrice, ricordando come quella storia abbia segnato tanto l’Africa quanto l’Europa e continui ancora oggi a interrogare la memoria collettiva.
Ma La prima volta che siamo stati bianchiè molto più di un racconto di viaggio. È la storia di uno sguardo che si trasforma, perché per la prima volta è costretto a confrontarsi con una realtà che non può interpretare usando le categorie di casa. “La cosa che più mi interessa e continua a interessarmi è l’altro”, dice Maria Pace Ottieri. “Gli infiniti modi di concepire la vita, la società, il rapporto con il soprannaturale.”
L’ultimo oggetto, un mestolino ricavato da una lattina d’olio, apre infine una riflessione sul rapporto tra uomo e natura. A partire dal tema dei sacrifici animali, l’autrice invita a mettere in discussione il nostro punto di vista occidentale. “Il vudu è una religione dell’equilibrio con la natura”, osserva. “Sono società che consumano pochissimo. Tutto il resto del tempo lo dedicano a raccontarsi i miti, a ballare, a fare musica, a stare in contatto col cosmo.”
Il video completo della conversazione è disponibile qui sul blog. Se avete voglia di scoprire un libro che unisce il piacere del racconto di viaggio alla curiosità per culture lontane e alla riflessione sul nostro modo di guardare il mondo, è un’intervista che vale il tempo dell’ascolto.
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