• Antonio Manzini, I tramezzini di Rocco Schiavone. L'autore durante l'intervista

I tramezzini di Rocco Schiavone: Antonio Manzini alla Regola dei Tre

Tre oggetti e tre porte d’ingresso per parlare con Antonio Manzini di I tramezzini di Rocco Schiavone, del passato del suo personaggio e del piacere di raccontarlo nella forma breve.

Una tazzina di ceramica, perché Rocco non si arrende

Il primo oggetto è una tazzina da caffè. Ma attenzione: di ceramica.

Perché ci sono dettagli apparentemente minuscoli che raccontano Rocco Schiavone quasi quanto le sue indagini. Il caffè è uno di questi. Berlo in una vera tazzina significa concedersi ancora un gesto fatto come si deve; il bicchierino del distributore, invece, è per lui «la tristezza più totale».

Oggi Rocco è tornato alle cialde, racconta Manzini, ma le tazzine deve ancora comprarle. E naturalmente non tutte andrebbero bene: le sue preferite sono quelle marroni da bar.

È un particolare che ne richiama immediatamente un altro, ancora più celebre: le Clark. Dopo tanti anni ad Aosta, Rocco continua ostinatamente a portarle anche dove pioggia, neve e montagna suggerirebbero calzature decisamente più sensate.

Cambiarle, però, vorrebbe dire qualcosa di più.

«Sarebbe un arrendersi», dice Manzini.

Ed è forse proprio questo uno dei fili che attraversano I tramezzini di Rocco Schiavone: il tempo passa, Rocco invecchia, la vita lo cambia e gli porta via molto, ma qualcosa resiste. A volte persino dentro una tazzina o in un paio di scarpe completamente fuori posto.

Antonio Manzini con una tazzina di ceramica in mano durante l'intervista su I tramezzini di Rocco Schiavone
Copertina de I tramezzini di Rocco Schiavone di Antonio Manzini, Sellerio

Le figurine Panini e il ragazzo che Rocco è stato

Il secondo oggetto porta Manzini molto più indietro. Basta vedere le figurine dei calciatori perché riaffiorino gesti che appartengono a un’intera generazione: aprire il pacchetto, riconoscere in un istante quelle già possedute, scambiarle, giocarci. E, soprattutto, ricordare.
È da lì che la conversazione entra nel cuore più emotivo della raccolta. Nei racconti di I tramezzini di Rocco Schiavone incontriamo infatti Rocco in età e momenti molto diversi della sua vita, fino a ritrovarlo ragazzo per le strade di Trastevere.
Per Manzini scrivere quelle storie significa anche tornare agli anni in cui ragazzo lo era lui. Non parla di nostalgia, ma di «grande tenerezza»: per ciò che si era, per quello che si pensava di diventare, per quello che si immaginava di fare o di non fare.
E il Rocco adolescente contiene già qualcosa dell’uomo che conosciamo. Ci sono i primi amori e persino i primi furti. Nel gruppo è già quello più raffinato intellettualmente, il cervello più che il braccio. In qualche modo, dentro quel ragazzo convivono già caratteristiche che ritroveremo nell’adulto.
Raccontarne il passato, allora, non significa soltanto aggiungere episodi alla biografia di un personaggio. Significa guardarlo sapendo ciò che diventerà.
E forse è proprio questo che rende alcuni di questi racconti così sorprendenti per chi segue Rocco da anni: conosciamo già il futuro di quel ragazzo mentre Manzini ci permette di incontrare il suo passato.

Le carte da briscola e il piacere del racconto

Il terzo oggetto è un mazzo di carte napoletane. Compare nelle storie, ma nella nostra Regola dei Tre diventa soprattutto il pretesto per allargare il discorso: perché scegliere il racconto?

Manzini non ha una risposta definitiva sul motivo per cui il pubblico italiano sembri oggi meno abituato alla forma breve. Da lettore, anzi, i racconti li ha sempre amati. Cita Čechov, che considera uno dei vertici della letteratura occidentale, e Fitzgerald. Ricorda anche quanto la forma breve sia stata storicamente vicina ai lettori, a partire dalla pubblicazione sui giornali.

Forse, ragiona, nel romanzo cerchiamo una storia nella quale rimanere a lungo: un luogo da abitare, personaggi dei quali innamorarsi, una narrazione che ci accompagni. Il racconto impone invece un continuo «entrare e uscire».

Eppure I tramezzini di Rocco Schiavone mostra bene che la brevità non significa necessariamente rinunciare alla profondità o alla costruzione narrativa. Nella raccolta ci sono incursioni nel passato, momenti più intimi e vere indagini. Cambiano i tempi e le dimensioni delle storie, ma al centro resta sempre Rocco.

Per Manzini potrebbe essere anche una questione di corsi e ricorsi. Ci sono stati periodi nei quali persino i romanzi molto lunghi sembravano avere meno spazio, mentre oggi sono tornati a trovare lettori. Parlare di mode in letteratura non gli piace; parlare di cicli, invece, forse sì.

E intanto lui continua a divertirsi moltissimo a scrivere racconti.

Antonio Manzini con un mazzo di carte napoletane in mano durante l'intervista su I tramezzini di Rocco Schiavone
Copertina del libro Quando Pinocchio non c'era a cura di Antonio Manzini, Sellerio

E dopo Rocco arriva Pinocchio

Prima di chiudere la nostra intervista ad Antonio Manzini, c’è tempo per parlare anche di un altro libro appena arrivato in libreria. E per restare, curiosamente, ancora nel territorio del racconto.

Il 15 settembre è uscito Quando Pinocchio non c’era, un’antologia ideata e curata da Manzini che guarda già al 2027, bicentenario della nascita di Carlo Collodi. L’idea è tanto semplice quanto irresistibile: immaginare che cosa facessero i personaggi di Pinocchio prima che Pinocchio entrasse nelle loro vite.

Manzini firma il racconto dedicato al Gatto e la Volpe; Valeria Parrella si interroga sul passato del Grillo Parlante, Melania Mazzucco racconta la Fatina dai Capelli Turchini e Maurizio Maggiani si confronta con Lucignolo. Otto racconti che entrano nell’universo di Collodi da una porta che nel romanzo originale sembrava all’apparenza chiusa.

Manzini ne parla con il divertimento di chi è tornato dentro un immaginario che considera parte del nostro DNA: quello di un libro incontrato da bambini e capace, proprio per questo, di restare con noi.

E così partiamo da una raccolta di racconti e arriviamo a un’altra. In mezzo ci sono una tazzina, le figurine, un mazzo di carte, Rocco ragazzo e Rocco adulto, Čechov e Collodi.
Tre oggetti, questa volta, ci hanno portato molto più lontano di quanto lasciassero immaginare.

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