• Ritratto dello scrittore Nicola Gardini in libreria con Daddy, Mondadori

Nicola Gardini racconta Daddy: desiderio, corpi e libertà di amare

Intervista a Nicola Gardini: tre oggetti per parlare di desiderio, identità e relazioni.

Nella nostra intervista a Nicola Gardini, Daddy, in libreria per Mondadori, passa attraverso tre oggetti: uno smartphone, un cucciolo di peluche e un peso da palestra.

È una nuova puntata della Regola del Tre, il format con cui proviamo a entrare nei libri da una porta un po’ laterale: tre oggetti nascosti in una tote bag, che l’autore scopre soltanto durante l’intervista e che diventano il punto di partenza per parlare del romanzo.

Questa volta il gioco ci ha portato dentro una storia di lutto e desiderio, di corpi che si cercano e spesso non riescono davvero a incontrarsi, di libertà sessuale e regole rigidissime. Ma soprattutto dentro una domanda che attraversa tutto Daddy: quanto siamo davvero liberi di amare e di essere ciò che vogliamo?

Il protagonista ha quasi sessant’anni e ha perso Alex, l’uomo con cui è stato sposato per trent’anni. Dopo una relazione durata gran parte della sua vita adulta, deve fare i conti non soltanto con l’assenza e il dolore, ma con qualcosa che pensava forse di non dover più affrontare: rimettere in gioco il proprio corpo, il desiderio, il bisogno d’amore.

Spinto dall’amica Monica, entra nel mondo delle app di incontri. E scopre, con una certa sorpresa, di essere molto desiderato da uomini più giovani che cercano proprio ciò che lui rappresenta: un uomo maturo, esperto, un “daddy”.

Da qui siamo partiti con Nicola Gardini. E da qui comincia anche il primo dei nostri tre oggetti.

Intervista Nicola Gardini, Daddy. L'autore con in mano uno smartphone

Lo smartphone: desiderare attraverso uno schermo

Il primo oggetto che esce dalla tote bag è uno smartphone. È il tramite attraverso cui il protagonista entra nel mondo degli incontri online: profili, fotografie, messaggi, corpi che appaiono sullo schermo e che promettono di diventare corpi reali.

Per Gardini, però, lo smartphone non è semplicemente uno strumento utile alla trama. È qualcosa di più ambiguo.

«Mi piace che sia spento perché è una specie di buco nero attraverso il quale passare e arrivare poi a una serie di incontri, di rivelazioni spesso difficili, ma anche molto ammalianti. È uno specchio da attraversare, ed è uno specchio anche da infrangere.»

Il contrasto che interessava a Gardini era quello tra un uomo di una generazione cresciuta dentro una dimensione fisica dell’incontro e un mondo nel quale il desiderio passa ormai in gran parte attraverso la tecnologia. I luoghi di incontro esistono ancora, naturalmente. Ma le app ne hanno profondamente modificato la funzione e soprattutto hanno cambiato il modo in cui ci si presenta all’altro.

Prima ancora dell’incontro arriva un’immagine: il corpo fotografato, scelto, mostrato, accompagnato da poche parole.

E così, paradossalmente, proprio mentre il corpo viene continuamente esibito, l’altro rischia di diventare più difficile da raggiungere.

«Era interessante vedere come un corpo che si pensa corpo fisico e presente si propone a un mondo invece evanescente», spiega Gardini.

Gli incontri, in Daddy, avvengono davvero. I corpi arrivano a toccarsi. Ma questo non significa necessariamente che le persone riescano a incontrarsi.

Gardini usa un’espressione particolarmente efficace per descrivere questa contraddizione: «la tragica dialettica del sottrarsi dandosi».

Ci si mostra e contemporaneamente ci si nasconde. Ci si offre all’altro e nello stesso momento gli si sfugge.

Ed è a questo punto che dalla tote bag esce il secondo oggetto.

Il cucciolo: quando il sesso ha regole rigidissime

Un piccolo cucciolo di peluche.

Daddy e cucciolo: due parole che sembrano contenere entrambe qualcosa di affettuoso, persino di tenero. Ma che nel romanzo indicano anche ruoli erotici molto precisi.

Il protagonista scopre di essere particolarmente desiderato da ragazzi più giovani proprio perché è un daddy. Ma lui non vuole soltanto portarli a letto. Vorrebbe conoscerli, capire chi sono, stabilire con loro un contatto che vada oltre il sesso.

Ed è proprio questo a risultare molto più difficile del previsto.

«Questi cuccioli non hanno nessuna voglia di farsi conoscere né tantomeno di conoscere il daddy. È un meccanismo ripetitivo, narcisistico, dal quale però il daddy cerca di tirar fuori l’amore.»

Dentro un romanzo esplicito nel raccontare il sesso, Gardini rivendica infatti anche la presenza della tenerezza. Magari bisogna cercarla un po’, dice. Ma c’è.

E per raccontare il suo protagonista sceglie una definizione che coglie perfettamente la sua ostinazione:

«Il mio Daddy resta pur sempre un Don Chisciotte del sentimento.»

Perché il daddy entra in un gioco di cui conosce le regole, ma non riesce ad accettarle fino in fondo. Continua a sperare che qualcosa possa cambiare, che dietro il ruolo compaia la persona, che da una relazione nata come incontro sessuale possa emergere altro.

Intervista Nicola Gardini, Daddy. L'autore con in mano un cucciolo di peluche
Intervista Nicola Gardini. Copertina del libro Daddy, Mondadori

Il problema è che anche la libertà apparentemente assoluta offerta dalle app e dagli incontri occasionali ha le sue regole. E possono essere molto rigide.

Daddy e cucciolo non definiscono soltanto una differenza d’età o una preferenza sessuale. Possono stabilire chi guida e chi obbedisce, chi esercita il controllo e chi vi si affida. E il protagonista, che vorrebbe sottrarsi alla rigidità dei ruoli, finisce a volte per scoprire di esserne a sua volta prigioniero.

Gardini allarga così il discorso oltre il sesso. Parla di potere, di obbedienza, persino del piacere di essere guidati e di rinunciare all’iniziativa.

Ed è qui che formula una delle domande centrali di Daddy:

«Dove sta la libertà di amare, di amare chi dico io, ma soprattutto di essere come voglio? Quanto l’amore è libero?»

Una domanda che accompagna tutto il romanzo e che diventa ancora più evidente quando entra in scena Adrians.

Intervista Nicola Gardini, Daddy. L'autore con in mano un peso da palestra

Il peso da palestra: il corpo di Adrians

Il terzo oggetto della nostra intervista a Nicola Gardini su Daddy è un peso da palestra.

Ed è l’oggetto che ci porta direttamente ad Adrians, il giovane intorno al quale si costruisce la relazione più importante e più ossessiva del romanzo.

Adrians è bellissimo, muscoloso, estremamente consapevole del proprio corpo. Nel primo incontro con il daddy, però, qualcosa sembra incrinarsi. Lo cerca nuovamente, lascia intravedere un coinvolgimento che in quel mondo di incontri rapidi appare insolito.

Potrebbe essere finalmente l’eccezione.

E invece anche Adrians, pur continuando a riaffacciarsi sullo smartphone del protagonista e pur tornando fisicamente da lui, rimane inafferrabile.

Il punto più interessante è che proprio il corpo che dovrebbe renderlo massimamente presente finisce per diventare un altro strumento di distanza.

«I muscoli sono un’altra barriera.»

Da qui Gardini arriva a una delle riflessioni più affascinanti emerse durante l’intervista: quella sull’esistenza di due corpi.

C’è il soma, il corpo profondo, quello che appartiene alla nostra natura più intima. E poi c’è il sema, il corpo trasformato in segno: quello che costruiamo, rivestiamo, mettiamo in posa e presentiamo agli altri.

Il corpo di Adrians sembra non poter essere più vero: è nudo, viene desiderato, abbracciato, posseduto. Eppure anche quel corpo può mentire.

«I muscoli di Adrians, che sembrano il vero corpo, quello che il daddy desidera, abbraccia, possiede, bacia, lecca, in realtà non sono il vero corpo. Quel corpo anziché unire allontana.»

Il peso da palestra, allora, racconta qualcosa di molto più complesso della semplice cura estetica. Quel corpo perfettamente costruito è anche una forma di autonegazione, una superficie dietro la quale Adrians continua a sottrarsi.

E la questione torna inevitabilmente al punto da cui eravamo partiti: allo smartphone e a quel confine sempre più difficile da individuare tra ciò che mostriamo e ciò che siamo.

Schermata di un contatto via piattaforme. Un Hey di approccio e un Hey di risposta

Daddy: la libertà di amare e la difficoltà di raggiungere l’altro

Alla fine i tre oggetti della nostra Regola del Tre sembrano raccontare la stessa storia da tre punti diversi.

Lo smartphone moltiplica le possibilità di incontro, ma può diventare uno schermo.

Il cucciolo porta con sé una promessa di tenerezza, ma anche un gioco di ruoli e di potere.

Il peso da palestra costruisce il corpo desiderabile di Adrians, eppure proprio quel corpo può trasformarsi in una barriera.

In Daddy, Nicola Gardini parte da un uomo che deve ricominciare a desiderare dopo una perdita e arriva a interrogarsi sulla possibilità stessa di incontrare davvero un’altra persona.

Perché il sesso, anche quando sembra essersi liberato da moltissimi divieti, rimane una materia troppo complessa per coincidere automaticamente con la libertà. E perché nessuna possibilità di scelta garantisce di per sé la possibilità di raggiungere l’altro.

A un certo punto della nostra conversazione Gardini pone una domanda semplicissima: «Perché non ci amiamo?»

E subito la porta fuori dalla relazione erotica: perché non riusciamo a costruire società più amorose? Perché non ci fidiamo gli uni degli altri? Perché non c’è più amicizia?

È forse qui che il “Don Chisciotte del sentimento” di Daddy rivela fino in fondo la propria natura. Può illudersi, interpretare troppo, cercare nell’altro ciò che l’altro non vuole o non sa dargli. Ma non rinuncia all’idea che dietro le immagini, i ruoli, i corpi costruiti e le regole del gioco possa ancora esserci una persona da raggiungere.

E continua a cercarla.

Guarda anche la video intervista a Nicola Gardini su Daddy nella pagina dedicata.

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