Appunti di un incontro

C’è un modo molto semplice per capire quando un incontro funziona davvero: a un certo punto smetti di prendere appunti.
In Fastbook-Pde di Bologna, davanti a numerosi librai, è successo con Beatrice Alemagna. Non perché non ci fosse niente da annotare, ma perché la forma stessa della presentazione rendeva inutile scrivere. Circa duecento slide, una dopo l’altra. Nessuna fretta, nessuna didascalia insistita. Solo immagini. E una voce che entrava, spostava, chiariva, e poi si ritirava.
Non una presentazione, quindi. Piuttosto un attraversamento.
Da dove si comincia a guardare
La prima cosa che Alemagna fa è tornare indietro. Non ai suoi libri, ma a quelli con cui è cresciuta. Pippi Calzelunghe, Mark Twain, Maurice Sendak, Beatrix Potter, Tomi Ungerer, Pinocchio, Piccolo blu e piccolo giallo di Leo Lionni. Non come elenco di riferimenti, ma come materiali vivi. Immagini che non stanno “dietro” il suo lavoro, ma che continuano a starci “dentro”.
Non c’è la costruzione di una genealogia ordinata. Piuttosto, la sensazione è quella di un immaginario che si è formato per accumulo, per contatto, per attrito. Un modo di guardare che viene da lì, ma che non si lascia ridurre a quelle origini.


Il lavoro: disordine, ostinazione, forma
Quando passa a raccontare il suo metodo, il tono cambia appena, ma non troppo. Non c’è mitologia del gesto creativo. C’è piuttosto una descrizione molto concreta: il perfezionismo, il bisogno di rifare, la quantità di tentativi. E soprattutto il disordine.
Il suo spazio di lavoro – racconta – è un caos. Carte, prove, immagini scomposte. Ma non è un caos romantico. È una fase necessaria. Le immagini, prima di trovare una forma, devono perdere coerenza, disgregarsi, moltiplicarsi.
È una cosa che si capisce meglio guardando le slide che ascoltandola. Sequenze di prove, varianti, scarti. Il libro finito, a confronto, appare quasi come un punto di arrivo arbitrario. Una scelta tra molte possibilità.
L’infanzia, quella vera
Quando entra nella sezione “infanzia”, il racconto si sposta. Non è più una questione di libri o di lavoro, ma di origine. Il padre architetto, la spinta al disegno, alla costruzione visiva. Non solo un’educazione all’arte in senso stretto, ma un’abitudine a pensare per immagini, a costruire mondi.
È un passaggio breve, ma decisivo. Perché chiarisce una cosa che nei suoi libri si percepisce sempre: l’infanzia non è un tema, non è un pubblico. È una condizione di partenza. Un modo di stare dentro le cose, prima ancora di raccontarle.
Urbino, Parigi, la deviazione
Il percorso passa anche da Urbino, dall’ISIA, dove – racconta – si è trovata a studiare grafica. Non era quello che cercava. L’illustrazione, in realtà, l’ha imparata da sola.
E poi Parigi. Il trasferimento alla fine degli anni Novanta, la scelta di stare altrove, di costruire lì il proprio percorso. Non è raccontato come un gesto eroico, ma come una necessità. Ed è lì che cominciano i primi libri, le prime pubblicazioni, il lavoro che prende forma.


Oggi Beatrice Alemagna ha pubblicato oltre quaranta libri, tradotti in molte lingue, ed è una delle voci più riconoscibili nell’ambito della letteratura per l’infanzia. Ha lavorato anche come illustratrice per il Centre Pompidou per più di dieci anni. In questi giorni, durante la Bologna Children’s Book Fair, ha ricevuto il Premio Strega Ragazze e Ragazzi con Sua Altezza Poltiglia. Principessa di fango (Topipittori), che si aggiunge a un percorso già segnato da numerosi riconoscimenti.
I libri: dire senza spiegare
C’è una sezione che si intitola “Cosa raccontano di me i miei libri”. Paradossalmente, è quella più difficile da restituire a parole. Non perché manchino i contenuti, ma perché la modalità resta la stessa: immagini, sequenze, accostamenti.
Non c’è una spiegazione diretta. Nessuna chiave di lettura imposta. Eppure, guardando, si ha la sensazione che ogni libro esponga qualcosa. Non in modo dichiarato, ma inevitabile.
È una forma di autobiografia indiretta, che passa attraverso figure, colori, deformazioni, scarti. Una scrittura visiva che non si mette mai completamente al riparo.
I primi libri, la Francia, Rodari
Le prime pubblicazioni arrivano in Francia, e segnano l’inizio di un percorso editoriale che resta profondamente internazionale. Negli anni Alemagna ha lavorato anche con editori italiani, tra cui il Gruppo di Edizioni EL, con Einaudi Ragazzi ed Emme Edizioni. Il dialogo con Gianni Rodari – che lei stessa considera uno dei suoi “padri spirituali” – è uno dei punti più riusciti del suo percorso.

Basti pensare a A sbagliare le storie, Uno e sette e La passeggiata di un distratto: libri in cui riesce a entrare nel testo senza addomesticarlo, restando accanto alle parole senza farsi guidare completamente da esse.
Le influenze: una costellazione
Verso la fine, arrivano le influenze. Non sotto forma di elenco ordinato, ma come una costellazione: Pearl Blauvelt, Bill Traylor, Klaus Rinke, Filip Jandourek, Paul Cox, Philippe Weisbecker, Louise Bourgeois, Eric Ravilious e molti altri.
Non c’è una linea chiara che le tenga insieme. Ed è proprio questo il punto. Non si tratta di derivazioni, ma di incontri. Di immagini che restano, che lavorano sottotraccia, che riemergono in forme imprevedibili.

Quello che resta
Alla fine delle duecento immagini, non si ha la sensazione di aver “capito” di più nel senso scolastico del termine. Non c’è una lezione da portarsi a casa.
C’è piuttosto uno spostamento. Un modo leggermente diverso di guardare i libri illustrati. Di considerarli meno come oggetti finiti e più come processi, stratificazioni, tentativi.
E forse, per chi lavora ogni giorno con i libri, è proprio questo il punto.
In un luogo come il Fastbook, pensato per la distribuzione, per la velocità, per il passaggio continuo delle novità, fermarsi davanti a duecento immagini è un gesto quasi anomalo. Ma necessario. Perché ricorda una cosa semplice: prima di essere venduti, consigliati, esposti, i libri vanno guardati.
