• Foto di Francesca Giannone (Gli anni in bianco e nero, Nord), con Elizabeth Cappa di Fastbook

Francesca Giannone e il sogno di un mondo a colori

“La libertà è anche poter raccontare la propria storia”

Con Gli anni in bianco e nero inauguriamo anche un nuovo format di interviste: La regola dei tre.

Dopo il successo straordinario di La portalettere e Domani, domani, Francesca Giannone torna in libreria con Gli anni in bianco e nero, un romanzo corale ambientato nel Salento degli anni Sessanta che racconta la storia delle sorelle Elia e, attraverso di loro, quella di un Paese che cambia.

Con Francesca abbiamo anche sperimentato per la prima volta La Regola dei Tre, un nuovo modo di parlare dei libri a partire dagli oggetti. Funziona così: dopo la lettura scegliamo tre oggetti che ci sembrano custodire qualcosa dell’anima del romanzo. L’autore li scopre uno alla volta e da ciascuno nasce una conversazione diversa, spesso imprevedibile. Per Gli anni in bianco e nero gli oggetti scelti ci hanno portato a parlare di lavoro, cinema, musica, emancipazione femminile e di quel passaggio delicato da un mondo in bianco e nero a uno che prova finalmente a diventare a colori.

Guarda la videointervista su YouTube

Nel caso di Francesca Giannone, quei tre oggetti ci hanno portato dritti al cuore del romanzo: il lavoro, il cinema e la musica.

Le forbici e il valore dell’indipendenza

Il primo oggetto pescato sono state delle forbici da sarta.

Un simbolo quasi inevitabile per un romanzo che ha uno dei suoi centri nella sartoria della famiglia Elia, dove la madre Mescia lavora insieme alle figlie Maria e Giovanna.

Ma quella sartoria è molto più di un semplice luogo di lavoro.

«Diventa un luogo di aggregazione della comunità», racconta Giannone. «È il luogo delle confidenze, dove succedono le cose, dove le donne possono stare tra di loro».

Tra quelle mura si intrecciano amicizie, racconti e confidenze, ma nasce anche qualcosa di più grande: il desiderio di costruire una propria indipendenza.

Maria e Giovanna decidono infatti di compiere un passo ulteriore, aprendo un atelier in città e firmando le proprie creazioni con il loro nome.

Un gesto che racchiude uno dei temi più cari all’autrice.

«Ritorna anche in questo romanzo il tema dell’emancipazione femminile, della centralità del lavoro come strumento di libertà, dell’indipendenza economica che ti dà la libertà».

Perché la sartoria di famiglia, pur essendo uno spazio femminile, resta comunque sotto il controllo del padre padrone Pantaleo Elia. L’atelier, invece, rappresenta qualcosa di nuovo: uno spazio finalmente loro.

Ed è proprio in questa tensione tra ciò che è concesso e ciò che viene conquistato che si muovono molte delle protagoniste di Gli anni in bianco e nero.

Fellini, il cinema e la rivoluzione di Mimì

Il secondo oggetto ci porta nel mondo del cinema: una fotografia che richiama La dolce vita di Federico Fellini.

È da qui che emerge la figura di Mimì, la più giovane delle sorelle Elia e forse il personaggio più emblematico del romanzo.

All’inizio della storia la troviamo nascosta nella cabina di proiezione del cinema del paese. Il padre ha proibito alle figlie di frequentare il cinematografo perché, sostiene, «i film ficcano strane smanie nella capa delle femmine».

Ma Mimì non riesce a stare lontana da quello schermo.

Grazie alla complicità del proiezionista Cosimino osserva i film da una finestrella e il primo che vede è proprio La dolce vita.

«Lei rimane estasiata dal cinema», racconta Giannone. «E da quel momento ha un’epifania: decide che fare cinema sarà il suo destino».

Da quel momento la cinepresa diventa molto più di uno strumento creativo.

«La cinepresa diventa per Mimì uno strumento di lotta. Lei la sua rivoluzione la fa filmando la vita così com’è, filmando la realtà».

Mentre intorno a lei scorrono le contestazioni studentesche, le lotte operaie e i primi fermenti femministi, Mimì sceglie di raccontare il mondo attraverso il proprio sguardo.

E forse non è un caso che sia proprio la più giovane delle sorelle.

«Lei cresce in un mondo di femmine: le tre sorelle, la mamma, la zia. Questa compattezza, questa solidarietà, questa sorellanza le dà una sorta di solidità».

Da qui nasce una delle riflessioni più belle emerse durante l’incontro: ogni generazione eredita qualcosa dalle donne che l’hanno preceduta.

«Le donne che vengono prima di noi tracciano il sentiero su cui noi possiamo camminare più libere».

Le Cassandre e la forza della sorellanza

Parlando di Mimì e delle sue sorelle, il discorso è arrivato inevitabilmente a uno degli elementi più interessanti del romanzo: il Club delle Cassandre.

Un luogo protetto creato dalle donne per parlare liberamente di ciò che, fuori da quelle mura, non potrebbe essere detto.

«È un luogo protetto in cui le donne possono dire ad alta voce quello che non oserebbero mai dire in società perché verrebbero giudicate malamente».

Giannone lo collega alle prime forme di coscienza femminista che stavano nascendo proprio in quegli anni.

«Le donne possono lasciarsi andare e parlare tra di loro. Sono state veramente una delle prime manifestazioni di quel movimento femminista che sarebbe esploso negli anni Settanta».

Nel romanzo, come nella realtà, il cambiamento nasce spesso così: da una stanza, da una conversazione, dalla possibilità di sentirsi finalmente ascoltate.

Luigi Tenco e la colonna sonora di una generazione

L’ultimo oggetto era un vinile di Luigi Tenco.

La musica attraversa tutto il romanzo e trova nella figura di Giovanna la sua interprete più appassionata.

È lei ad ascoltare la musica beat, i Beatles, Caterina Caselli, i Dik Dik. È lei a sentire per prima il vento del cambiamento.

«La musica è una grande protagonista del romanzo», spiega Giannone. «Per Giovanna diventa un mezzo per far sentire anche la propria protesta».

Cinema, moda e musica diventano così linguaggi diversi per esprimere lo stesso desiderio di libertà.

Leggendo il romanzo si ha spesso la sensazione di vedere scorrere davanti agli occhi un film. E quando Mimì monta finalmente le immagini che ha raccolto durante anni di lotte e trasformazioni, quel film sembra avere già la sua colonna sonora.

Una colonna sonora che parla di futuro.

Dal bianco e nero al colore

Verso la fine dell’incontro abbiamo inevitabilmente guardato al presente.

Molte delle battaglie raccontate nel romanzo appartengono a un’Italia che oggi sembra lontanissima: quella del matrimonio riparatore, delle leggi discriminatorie, delle donne escluse da molte professioni e private perfino della possibilità di scegliere.

Eppure quelle conquiste non sono arrivate da sole.

Nel libro compare anche Franca Viola, la giovane siciliana che negli anni Sessanta rifiutò il matrimonio riparatore diventando un simbolo di cambiamento.

«Mimì la vede sui giornali e pensa: lei ha quindici o sedici anni e sta già cambiando il mondo. Lo sta cambiando per tutte noi».

Forse è questo il cuore più profondo di Gli anni in bianco e nero: la consapevolezza che ogni generazione eredita qualcosa da quella precedente e lascia qualcosa a quella successiva.

«Quello che all’epoca sembrava impossibile, impraticabile, adesso è la realtà», osserva Giannone. «Ed è anche un invito a riflettere su quello che oggi ci sembra impossibile da realizzare e che fra cinquant’anni sarà la quotidianità delle persone che verranno dopo di noi».

È una riflessione che resta addosso anche dopo l’ultima pagina. Come le storie migliori. E come quelle quattro sorelle che, una volta chiuso il libro, avremmo voluto continuare ad accompagnare ancora per molte pagine.

Vuoi leggere altre interviste di Fastbook? Clicca QUI!

Vai all’indice del Blog